IL MAESTRO DELLA LUCE

Opere in mostra

«…Quello che mi sostiene e mi da un po’ di forza è il sapere che l’amore che metto alle cose mie, sviluppa anno per anno la conoscenza di me stesso, dei miei sentimenti, e dei mezzi che la natura mi ha fornito per esprimerli…»

V. Cabianca, Lettera a T. Signorini, 27 giu 1881, in lettere dei Macchiaioli, a cura di L. Vitali, Milano 1978
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Vincenzo Cabianca 
Acquaiole della Spezia 1864
olio su tela, cm 60 x 127
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IL GENIO DI CABIANCA

Nel processo di ammodernamento sociale che accompagnò la società ottocentesca, l’arte, svincolatosi  agli obblighi delle committenze nobili o regie, si assunse l’onere di rappresentare la realtà così come si presentava agli occhi dell’artista, chiamato dal comune senso civico risorgimentale e dall’amor patrio a fotografare la vita delle classi più  disagiate, sovente impegnate nel duro lavoro dei campi. In una sorta di celebrazione  naturalistica del connubio fra uomo e natura e specialmente nella seconda metà del secolo, l’artista coglieva il senso di sofferenza e allo stesso tempo di dignità della plurisecolare civiltà contadina che costituiva il sostrato sociale dei piccoli staterelli nazionali, poi riuniti sotto la bandiera sabauda.

Le condizioni di emarginazione e di disagio del mondo contadino, offrendo una visione talvolta cruda, talvolta struggente, furono rappresentate dai più grandi artisti del secolo e in Italia principalmente dal gruppo dei Macchiaioli, del quale fecero parte i caposcuola Vincenzo Cabianca, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.
Erano gli anni delle rivolte e delle moderne conquiste sociali: i lavoratori si riversavano dai campi nelle città, popolando le periferie e le fabbriche, ritrovandosi da immigrati nei  vagoni di terza classe dei moderni treni a vapore.
IL rinnovato interesse sviluppatosi intorno alla pittura dell’800 italiano, ci dà oggi modo di arricchire il catalogo di studi storico critici esaminando gli aspetti della vita e soprattutto del corpus artistico di uno fra i maggior artisti dell’epoca.
Circa 20 opere altamente significative della produzione di Vincenzo Cabianca compongono il panorama espositivo della mostra per rappresentare le forme dell’avanguardia ottocentesca, la cui ricerca e i cui contenuti innovativi vertono, specialmente per Cabianca, sulla potenza espressiva della luce.
Un’occasione per riscoprire alcuni capolavori dell’arte dell’Ottocento italiano, fra dipinti celebri e opere meno note o mai esposte prima, provenienti dalla sfera privata delle più prestigiose collezioni europee. Attraverso l’esposizione e, quindi, la comparazione dei dipinti, questa mostra intende mettere in evidenza l’eccezionale originalità espressiva di questo maestro, il cui linguaggio schietto e innovativo, permeato del contatto diretto con la realtà e con il lavoro, contribuì alla formazione di filosofie espressive nuove e all’esplorazione di percorsi estetici inediti.

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Vincenzo Cabianca
 Il muro bianco, 1860 c.
 olio su cartone, cm 23 x 16
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Vincenzo Cabianca
Guerriero a La Spezia
olio su tela, cm 67 x 37
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Vicenzo Cabianca
 Venezia  
olio su cartone, cm 23 x 31

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Vicenzo Cabianca
Paesaggio Toscano 1883
olio su cartone, cm 21 x 25


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MONACHINE NEI CHIOSTRI

Di quadri con monachine Cabianca ne dipinse molti, l’avvio è quello delle Monachine del ’61, ma con il passare del tempo ne comincia a produrre di più numerosi: Il piccione morto, Monachine in riva al mare, Le monachine, Monaca nel chiostro, ecc. ecc..
Il luogo rappresentato nei chiostri ove le monachine sono spesso ambientate è Parma, dove il pittore soggiornò per  un lungo periodo a partire dal 1863.
Non si conoscono le ragioni per cui Cabianca lasciò Firenze: secondo le testimonianze del figlio Silvio, il viaggio fu pensato per porre fine ad un rapporto sentimentale. A Parma stabilì importanti rapporti culturali con Cecrope Barilli, ma soprattutto con Salvatore Marchesi e altri pittori locali dediti alla pittura prospettica di interni. Qui incontrò anche una nuova compagna, per cui il breve soggiorno si trasformò in una permanenza di ben sette anni.

Più credibilmente, è il sentimento acuto di una crisi intellettuale che lo invogliò  a lasciare Firenze, l’emergere delle scuole di Castiglioncello e di Piagentina,  provocarono in lui un netto tentativo di distinguersi dalle ricerche e dagli intenti di miglior realismo da esse indagato. Cabianca non trascende mai dall’interpretazione del vero, del fenomeno luminoso e rimane interessato alla Macchia per tutto il percorso della sua attività artistica. Le sollecitazioni culturali maturate a Parma ancora filtrano  -incisivamente operanti– anche nelle composizioni a venire, soprattutto nella resa degli interni dei chiostri: memore infatti delle indagini del Marchesi, impostate su una acuta percezione del vero, su un virtuosismo di luci battenti e limpide, utilizzate per rendere gli interni di edifici e di architetture.

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Vincenzo Cabianca
Monachina nel chiostro 1867
acquerello su carta, cm 34 x 20
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Il piccione morto

Vincenzo Cabianca 
Il piccione morto
 aquerello su carta, cm 37 x 57

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Vincenzo Cabianca
 Rocca di Papa, 
1873 olio su tela applicata a cartone, cm 26 x 20
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Vincenzo Cabianca
 Scogliera
 olio su tela, cm 16,5 x 25
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LA LUCE DELLA LUNA

Del gruppo dei pittori attivi in Toscana, Vincenzo Cabianca, ancora negli anni Ottanta, è forse ancora l’unico che persevera sulla via della Macchia, dipingendo quadri di monachine, dove risalta un forte impianto chiaroscurale.
Sono gli anni nei quali la luce solare è tal volta sostituita dalla altrettanto vivace luminosità lunare che conferisce al soggetto un senso di poetica e realistica intimità. La luce lunare brilla nelle tenebre e paradossalmente restituisce per contrasto una luminosità più netta e tagliente.
Il linguaggio originalissimo e efficacemente immediato dell’autore rappresentava inoltre un monito per gli altri artisti, richiamandoli a quelle strutture compositive che secondo Cabianca potevano e dovevano ancora costituire il basamento della pittura toscana del secondo Ottocento.
Gli austeri costumi bicromi delle amatissime suore, sono il pretesto per una costruzione cromatica geometrica, nella quale il maestro individua l’opportunità di sviluppare una cifra espressiva modernissima, costantemente proiettata al futuro e portatrice di quelle riforme strutturali da cui attinsero a più riprese gli stessi compagni macchiaioli, sia molti anni dopo pittori del calibro di Rosai e Soffici.

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Vincenzo Cabianca
Monachina al chiar di Luna, 1889
olio su tavola, cm 40,7 x 23,6

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LA PORTA ROSSA A VILLA IL BARONE

Si conoscono più opere del Cabianca che hanno per soggetto le monachine: già alla Promotrice del 1861 tra i quattro dipinti esposti dal pittore due hanno questo contenuto: Il Mattino, n. 142 e il Segreto del  chiostro, n. 144. I due dipinti furono poi mandati allaPromotrice di Torino e Il Mattino fu anche scelto in seguito, dalla Commissione di Belle Arti all’Esposizione Internazionale di Londra, per accedere successivamente nella collezione di Cristiano Banti che lo denominò Le monachine. Del dipinto si conoscono due studi preparatori: un veloce bozzetto di piccole dimensioni e “La porta rossa” quì in mostra, il quale si distingue dalla versione definitiva per la mancanza delle caratteristiche figure di suore. Il tema fu frequentemente trattato nella pittura di tutto l’Ottocento anche in ambito non macchiaiolo e come dice Durbè rappresenta «un aspetto di costume del conflitto fra la nuova etica laica e le tradizioni religiose del paese. Un conflitto che dalle sublimi altezze della Religeuse di Diderot e della Monaca di Monza del Manzoni, era disceso a modesto soggetto di conversazione quotidiana».
(a cura di, D. Durbè  I Macchiaioli, Firenze, Centro Di, 1973, p. 93). Questa raffinata tela s’impone immediatamente come qualcosa di ben riuscito per la felicità dell’invenzione e per l’originalità della composizione, rivelando una misura e una finezza di esecuzione che son già quelle delle cose migliori del Cabianca. Il calcolato spostamento della luce lambisce ogni oggetto e si alterna all’ombra scaturita dalle fronde degli alberi e dal portale della cappella.
Eseguito immediatamente dopo i soggiorni di studi con Signorini e Banti a La Spezia e con Banti a Montemurlo e a Piagentina, quando il nuovo linguaggio pittorico dei Macchiaioli esplode con prorompente e impetuosa novità, testimonia una attenta meditazione su quelle suggestioni. Cabianca diventa il più fedele osservatore delle scoperte pittoriche di quegli anni, senza deviazioni né intermezzi fino a presentarsi «il più dichiarato, il più violento, il più assoluto macchiaiuolo» come sostiene già appropriatamente Cecioni (A. Cecioni, Scritti e Ricordi, a cura di G. Uzielli, Tip. Domenicana, Firenze, 1905, p. 120). Nel dipinto è riprodotto l’ambiente esterno della villa di campagna di Cristiano Banti, Il Barone, a Montemurlo.

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Vincenzo Cabianca
Pioppi a Lucca
olio su tela applicata a cartone, cm 27 x 16,5

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Vincenzo Cabianca
Donne a Palestrina
acquerello su carta, cm 67 x 42

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Vincenzo cabianca
Donne sotto l’arco a Portovenere
olio su tavola, cm 24 x 17

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Vincenzo Cabianca 
Paesaggio sull’Arno 
 1866, olio su cartone, cm 13 x 20

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Vincenzo Cabianca
 Paesaggio a Castiglioncello 
olio su tela, cm 23,5 x 44

IL VIAGGIO DELLA PITTURA FRA VERONA, FIRENZE E ROMA

“Negli anni [cinquanta e sessanta], artisti di varie parti d’Italia si accostarono al movimento macchiaiolo. Vincenzo Cabianca, veronese (1827-1902), partecipando alle prime e più intransigenti esperienze macchiaiole, si liberò della sua maniera “ricamata” che aveva inorridito il Signorini e il Borrani le prime volte che andaron con lui sul motivo per le campagne di Firenze.
“E si rifece in brutale vivacità di rapporti e corposità di smalti; sebbene la ricerca di violenti effetti di Sole e d’ombra e la densità di questi smalti diano, talora, alla sua pittura qualcosa di greve e porcellanoso” (E. Cecchi, Pittura Italiana dell’800, Roma-Milano 1926, p. 46).
Così si esprimeva il Cecchi nel suo trattato sulla pittura italiana dell’800 riguardo alla complessa personalità di Vincenzo Cabianca e al suo stile, che racconta partendo dai primi momenti di vicinanza ai modi lombardi di Induno.
Il recupero del linguaggio macchiaiolo e il superamento del lessico indunesco appare immediato al suo arrivo a Firenze ove egli ottiene forti contrasti tra luce e ombra attraverso una materia densa e pastosa che connota anche tutti i dipinti eseguiti a Roma dopo il trasferimento nel 1870.
La vicinanza con Nino Costa, anch’egli a Roma di ritorno dopo l’esperienza di combattente, influisce sulla continua indagine sul vero che porta Cabianca a vagare per la campagna lungo il litorale laziale sempre alla ricerca di nuove sollecitazioni.
Come nel caso del pittore romano, i dipinti di Vincenzo Cabianca mantengono tutta la freschezza e la spontaneità di ciò che è direttamente tratto dall’osservazione della natura sebbene, alla solennità classica delle opere costiane, Cabianca preferisca l’emozione ineguagliabile prodotta dallo spettacolo della natura nei suoi momenti di abbagliante splendore.

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Vincenzo Cabianca
Contadinella sugli scogli  1856 
olio su tela, cm 60 x 70